Impressioni sincere sulla Cina: perché andare

Chi mi ha seguito su Facebook forse ha potuto notare i miei sentimenti per questo paese che hanno preso l’andamento delle montagne russe. La Cina non è mai stata nella mia lista dei desideri. Questo viaggio si è presentato per caso e ho presa al volo l’occasione. Poi leggendo il libro “La Porta Proibita” di Tiziano Terzani e articoli in vari blog ho iniziato a creare nella mia testa un’immagine romantica di Pechino e il mio entusiasmo è accresciuto. Una volta laggiù mi sono emozionata al primo giro in esplorazione per la città che mi ha portato al Tempio di Confucio, mi ha sbalordito l’efficienza e la facilità della metropolitana, mi sono riempita gli occhi e la pancia delle delizie della cucina cinese. E poi sono arrivate le prime riflessioni in negativo mescolandomi tra la gente, cercando il loro contatto visivo, che mai, ahimé, ho trovato.

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Tornata dal viaggio mi sono state poste due domande, le stesse che si sono presentate regolarmente nella mia testa durante gli undici giorni, mentre mi spostavo di tappa in tappa. Le stesse che mi ripropongo adesso e alla quali cerco di trovare una risposta, frapponendo un po’ di distanza.

“Ti è piaciuta?” e “Sei riuscita a trovare la Cina autentica?”.

Non ho ancora risposte ben definite ma intanto posso fornirvi queste e spero che soddisfino la vostra curiosità.

  • “Ti è piaciuta la Cina?”

A tratti. Negli angoli nascosti quando mi sono persa. Certo non è l’Asia alla quale sono abituata. Appena ho messo piede giù dal taxi l’assenza di carretti, grovigli di fili elettrici, cani e gatti randagi, vesti colorate, bambini scorazzanti, tuk-tuk ha prepotentemente occupato ogni spazio della mia mente. Ma soprattutto il silenzio del traffico (e ce n’è molto) mi ha paradossalmente perforato il timpano. Questa è stata la prima impressione.

Non posso fare di Pechino, Dalian e Xi’an (le città che ho visitato) tutta la Cina, tuttavia lo scambio di sensazioni, le pochissime interazioni con le persone mi hanno confinato alla figura di mero visitatore, di straniero, di turista. E non c’è cosa che io soffra di più che dover visitare un paese in punta di piedi, anonimamente eppure manifestando la mia presenza in modo così evidente, mio malgrado, appunto perché elemento estraneo al flusso della vita che scorre. In questo ho sofferto e per questo posso dire che quello che ho visto della Cina non mi è piaciuto.

Non mi è piaciuta nemmeno tutta questa conformazione all’Occidente che ha fatto apparire il popolo cinese ai miei occhi come privo di identità. Cancellate le radici e molte delle tradizioni, ho visto ragazzi e anziani incanalati verso un’unica direzione. Così protesi verso il nostro modo di vivere e tuttavia così poco coinvolti, così poco impressionati, così già abituati alla mia presenza. Finora l’Asia che mi ha accolto ha dimostrato tanta curiosità verso di me quanta io ne avessi nei loro confronti. In questa ricerca mutua di contatto mi sono sentita a casa. Ovunque. A questo giro, mi sono sentita come un ospite tollerato ma di quelli che si relegano nella dependence ben attrezzata e auto-contenuta.

Sono dura? Sbaglio? Probabilmente sì. E vi dico che queste sensazioni così aspre sono anche frutto di un tipo di viaggio che non si confa al mio modo di essere. Questo viaggio non è stato molto significativo perché fatto un po’ con i presupposti sbagliati. Così la mia idea di Cina è sicuramente “viziata” e falsata e non del tutto oggettiva. Per ragioni di organizzazione (che non voglio stare a rivelare qui nel dettaglio), semplicemente questo non è stato un VIAGGIO, ma una VACANZA. E io non amo le vacanze, amo i viaggi. Quindi non è tutta colpa della Cina. È un grosso dispiacere per me essere tornata a casa con aspettative deluse e avere complessivamente un’opinione distorta di questo paese antico e quasi mitico. È un’occasione sprecata. Ma inutile piangere sul latte versato ora.

D’altro canto ho anche amato la Cina. E spiegandovi qui, risponderò anche all’altra domanda:

  • “Sei riuscita a trovare la Cina autentica?”

La risposta è sì! E si è fatta amare subito.

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dolcetti ai fagioli rossi

Per prima cosa: il cibo. Direte, ma uno va in viaggio solo per mangiare? Sì, quando il cibo e mangiare sono una filosofia e quando attraverso l’arte culinaria si trattengono e si tramandano sapori remoti ed esotici di una tradizione millenaria. Ai cinesi piace mangiare e dedicano strade intere allo street food.

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strada dedicata allo street food a Dalian

Mangiano a tutte le ore coccolandosi il palato con una gamma infinita di sapori ed aromi. Nella cucina ho trovato la Cina autentica. Quel gusto asiatico che mi lenisce lo spirito.

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spezie

Ho divorato pietanze fumanti, bollenti, piccanti, pungenti. Ho mangiato riso in abbondanza, noodles in brodo, dolcetti di fagioli, ravioli inzuppati nella salsa di soia, l’anatra laccata tanto tenera da sciogliersi sulla lingua,

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scorpioni

focaccine rigonfie di frattaglie, polpette in brodo piccantissime, piadine ammorbidite da salse in agrodolce, quei soffici e dolci ravioli che sembrano paninetti (dei quali mi ero innamorata in Birmania), carne alla piastra sfricolante, rafano a go-go, piogge di coriandolo, thè a fiumi.

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Ho mangiato in piedi, sul ciglio della strada, all’ombra di alberi svettanti, davanti a un baracchino, sugli scalini di un negozio, in piccoli ristorantini sotto le foto di una Cina che fu, in minuscoli caffé bohemièn. Mi sono mangiata la Cina intera e l’ho scoperta. Avida. Praticamente insaziabile.

Il secondo motivo per il quale ho amato questo paese e mi ha fatto ricredere sulla rigidità mentale sono i parchi.

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Beihai Park a Pechino

A parte l’ovvia ragione che i parchi sono un’oasi di verde e di pace all’interno delle città, sono bellissimi, molto curati e davvero ti accolgono nel mezzo del trambusto e del calore dell’asfalto. Il mio amore per i parchi si spiega per quello che si trova al loro interno: i cinesi che fanno vita vera di cinesi veri.

Un po’ a tutte le ore e in qualsiasi giorno della settimana, ma la domenica soprattutto si riempono di persone (spesso di una certa età) che si riuniscono e danno libero sfogo a passioni, giochi e inclinazioni particolari.

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Labor Park di Dalian

Allora capita che tra gli alberi si vedano persone mentre praticano tai-chi o arti marziali. Altri fanno balli di gruppo o di coppia.

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balli di gruppo

Dalle pagode gradita la musica pop di qualche karaoke o le note più leggiadre di sconosciute arie liriche. Nell’apparente quiete dei parchi ho scovato la Cina autentica.

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arti marziali

Sotto le fronde degli alberi, al riparo dagli occhi indiscreti delle finestre dei grattacieli che incorniciano l’orizzonte, c’è fermento, c’è movimento, c’è il pulsare della vita cinese. Lo spirito di comunione e di comunità che anima questo popolo, che trova il modo di passare del tempo insieme.

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giochi di carte

Accettano di buon grado di essere ripresi o fotografati, ma non sono lì per farsi vedere. Si ritrovano veramente per il gusto di fare vita insieme. Se non sono i balli e la musica a dargli un motivo per aggregarsi, sono i giochi da tavolo come le carte o la dama.

La cosa più tenera alla quale ho assistito è il prato degli annunci di matrimonio. Vengono stesi sull’erba fogli A4 sul quale cuori solitaria annotano una breve descrizione di sé corredata da un numero telefonico. Le persone passano e si fermano incuriosite; qualcuno tira fuori il cellulare e chiama sedutastante. Parchi come il Labor Park di Dalian o il Beihai di Pechino sono in tutte le città cinesi e sono probabilmente il modo migliore per iniziare a comprendere questo popolo.

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annunci matrimoniali

Allora devo sottopormi di nuovo questa domanda: “Ma insomma la Cina ti è piaciuta?”. Una risposta precisa non ce l’ho, ma il fatto che sia diversa dal Sud-Est Asiatico non la rende meno interessante. Dalla Cina ho portato indietro comunque nuovi spunti di riflessione. Di un paese che fu, di tradizioni che permangono e che, come una piccola madeleine inzuppata nel thé, buttano a galla dal mare profondo dei ricordi immagini dell’infanzia. Ci ritrovo la malinconia delle domeniche sere passate a guardare il mio nonno al bocciodromo a Novoli (Firenze). Lui e i suoi amici a fare partite di bocce, le loro signore a giocare a carte intorno a un tavolino ed io e le mie sorelle fuori dal recinto (perché dentro era pericoloso!) a fare il tifo. Tra un “oh i cchettufai”, qualche imprecazione e i tonfi sordi delle bocce passavano le ore. Ed era la felicità.

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al porto di Dalian

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