Mingun: dove il tempo è fermo

Questo articolo nasce da una trasposizione di pagine del mio diario. Quindi emozioni a caldo sgorgano libere e mi piace così. Lo lascerò intatto. Lo rileggo adesso che mi sto preparando per un altro viaggio. Lo avevo dimenticato. Chiuso sulla mensola delle guide turistiche, il mio tesoretto di 14 anni di viaggi, di perlustrazioni per il globo, di ricerca del mio baricentro. Sulla copertina del diario cito questa frase (in spagnolo, regalo di un’amica): “Buttati e vivi la tua avventura”. Il Myanmar è stata un’altra avventura in solitaria, un altro viaggio immaginato e fantasticato. Ma poi si sa, la realtà supera sempre la fantasia. Per quanto uno si prepari al viaggio, il viaggio si fa da sé, pare abbia un’entità propria. Il viaggio si fa su misura per te, sembra conoscerti meglio di quanto tu conosca te stessa. Le terre che scegli sono lì e sembrano aspettare proprio te.

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Mingun, piccolo villaggio nella zona di Mandalay, sembra proprio creato, nottetempo, per me. Come se nel momento in cui io abbia deciso di visitare questo posto, come per magia, nel silenzio della notte, si siano assemblati i suoi pezzi, i suoi spazi. Anche le persone di Mingun non esistono un momento prima, ma si preparano al nostro incontro. E proprio lì le trovo. Nell’attesa del tempo, di un tempo che ha cristallizzato movimenti e tradizioni.

Lo sapete, non scrivo mai pezzi informativi, sulla geografia, sui mezzi di trasporto, sull’architettura dei palazzi. Scrivo per me, per rivivere, per stupirmi di nuovo e per creare l’abitudine di fermarmi e rendermi conto di quanto sia contenta di quello che ho fatto, di quanto non ci sia niente che cambierei né di oggi né di ieri, di quanto sia grata per tutti i bivi che ho incontrato e che mi hanno costretta a fare le scelte che ho fatto.

Dalle pagine di quel diario:

“Passo molto poco tempo da sola, ma questa volta mi butta così. Sto scrivendo pochissimo, ma non ne ho bisogno. Questa terra è casa mia. Sento il cuore della gente. A Mingun sono andata sola, ma ho trovato Katharina, anche lei viaggiatrice in solitaria. Negli anni mi è venuto facile parlare con la gente, anche gli estranei. Sono diventata bravissima ad individuare le persone con le quali instaurare una sintonia.

Finalmente dopo Mandalay, è la prima volta che mi trovo a passeggiare per un villaggio, finalmente il vero Myanmar. La polvere della  strada che si alza al passaggio di carretti e trattorini avvolge la routine della gente. C’è una sola strada dove pare essersi riunito tutto il paese. Sono tutti qui per me. Perché io mi ubriachi dei loro costumi, mi stordisca con i rumori delle loro attività.

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La parte più emozionante della giornata è visitare la scuola dei monaci. Ci arrivo mentre fanno ricreazione. L’edificio non ha finestre. Nel rettangolo dell’apertura nel muro vedo aule minimali. Le file di banchi uniti e panche color celeste. Sotto i banchi, impilati, ci sono i libri. Sulla parete la lavagna di ardesia (non c’è bisogno della lavagna interattiva qui).

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Nello spiazzo riconosco il chiacchiericcio tipico degli studenti in pausa. Gli insegnanti sono seduti ad una panca, all’ombra di un frangipani. Nel caldo del pomeriggio, supervisionano distratti gli alunni che in gruppetti si dedicano a svaghi infantili. Si rincorrono, stanno in cerchio, qualcuno legge un libro. Finché non notano la nostra presenza. Per quanto silenziose e discrete siamo l’oggetto di  decine di occhi curiosi. Dolci nei loro sorrisi, miti nei loro sguardi, mi accorgo che iniziano a sorridere e a parlare tra di loro ridendo. Sono nella posa tipica di chi vorrebbe parlare con te, ma non sa come approcciarti. Così spesso ho osservato i giovani birmani. Gli anziani sono meno timorosi e infatti poco dopo il nostro arrivo, un signore monaco anziano ci saluta. Quelle titubanti siamo noi. Nel resto dell’Asia, raramente i monaci si fermano a parlare con gli stranieri, soprattutto con le donne. Qui  è diverso. Il signore è un insegnante di inglese. Negli occhi azzurri della vecchiaia c’è l’infinito che si distende sulla serenità del suo viso. Lo amo immediatamente. Mi mostra un libro di testo: fanno traduzioni dal birmano all’inglese. Mi indica con orgoglio le figure e i segni di una lingua a me del tutto sconosciuta. Generoso nel sorriso. Questo incontro mi emoziona.

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Come tutti gli asiatici, considera l’istruzione un lusso. Coglie prontamente l’occasione di far pratica di inglese. Mi si gonfia il cuore. Mi permette di fare una foto. Guardando dritto all’obiettivo. Fiero.

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Sul battello, al rientro mi scendono le lacrime, di gioia, di contentezza, di tenerezza. Ancora una volta sono partita da sola, ma non mi sento abbandonata. Sento le persone. Viaggiare in solitaria mi regala spazio. Spazio per la gente e per il mondo. Mi rendo conto che io sono il mondo ed il mondo è dentro di me. Viaggiando in solitaria non solo si esce dalla zona di comfort (Oh, quanto ci siamo affezionati e quanto è ingannevole questo castello di carta!). Si esce soprattutto dalla coriacea zona d’ombra, quella della diffidenza e della paura. Il viaggio in solitaria in Cambogia mi regalò il TEMPO; il Myanmar mi ha dato tutto lo spazio necessario per l’apertura. Mi sento profondamente italiana per il modo in cui percepisco le cose: sfacciatamente “passionale”. Gli italiani non conoscono vie di mezzo: le sensazioni ci travolgono nel loro estremo, non siamo mai tiepidi. Mi sento inglese per lo spirito di avventura che fiorisce dentro di me. Una volta lasciata la sicurezza di casa, nulla mi fa paura, mentre tutto mi affascina. Mi sento anche asiatica perché in Asia trovo sempre la porta spalancata e braccia accoglienti. E’ stimolante e ospitale. Anziani, bambini, cani randagi e gatti sonnecchianti mi commuovono. Li sento. Siamo un unico battito.” – Giorno 3, 22/07/2017

“Ognuno di noi è frutto dei luoghi cui appartiente, ma anche delle strade che percorre” – cit. Anna Maspero

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