Crescita Personale, Un po' di me

Come affrontare il momento di decidere. Ho dei nipoti zen!

Perché non esistono scorciatoie a nulla: non certo alla salute, non alla felicità o alla saggezza. Niente di tutto questo può essere istantaneo. Ognuno deve cercare a modo suo, ognuno deve fare il proprio cammino, perché uno stesso posto può significare cose diverse a seconda di chi lo visita.”

 

Forse ne ho già parlato in qualche post di come il perdere certe certezze, come una routine consolidata, una vita all’estero, un lavoro che ormai mi andava stretto, ma che tuttavia non volevo lasciare, mi abbiano poi portato a fare una scelta di vita, una di quelle che danno un giro di vite importante dal quale difficilmente ne usciremo uguali a prima.

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In questi momenti, un campanellino d’allarme, dapprincipio quasi impercettibile, inizia a tintinnare. La prima volta che cerca di imporsi nel nostro caos quotidiano, lo scacciamo come un ospite indesiderato. Ma è solo questione di tempo (a volte anche poco) prima che questo visitatore dia il via ad una fanfara impossibile da ignorare.

Allora il giorno di scegliere arriva, e vi posso garantire che arriva anche per i procrastinatori più incalliti.

La decisione da prendere è tosta. Sei ad un bivio. Ci sono due strade da percorrere, sono così diverse. Si allontanano diametralmente l’una dall’altra e la distanza tra le due cresce esponenzialmente. Sono due possibilità di vita diverse con un solo punto in comune, di convergenza, il bivio, cioè dove stai tu adesso. Chi non avrebbe paura di fare il salto? Chi non si dimenerebbe per uscire da questo groviglio di pensieri contrastanti, dove la razionalità è continuamente in lotta con l’istinto fino a creare una rottura interna.

“La regola secondo me è: quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è più speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all’erta.”

 

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Io mi sono trovata proprio a quella biforcazione ad attendere il mio turno ad un semaforo che è rimasto fisso sul giallo per molto tempo. Avevo bisogno di un aiuto e l’ho trovato nei libri. Quello che mi ha aperto gli occhi è stato “La Fine è il Mio Inizio“, di Tiziano Terzani. Prezioso e ineguagliabile. Con questa lettura, mi sono resa conto che fino a quel momento non mi ero mai presa cura della mia spiritualità (che non c’entra nulla con la religione).

“Se uno vive senza mai chiedersi perché vive, spreca una grande occasione. Solo il dolore spinge a porsi la domanda”

Anche io stavo vivendo così. Certo, mi alzavo la mattina per andare a lavorare, mi nutrivo tre volte al giorno, nel weekend uscivo con gli amici se ne avevo voglia, a volte prenotavo una vacanza, compravo cose. Insomma un perfetto essere umano che si muove e respira. Ma respiravo davvero? Lo facciamo tutti, no? Come potevo dimenticare di farlo? Invece, da adulti accade proprio questo. Non è che smettiamo di inalare aria e restiamo in apnea. No, questa attività involontaria continua a succedere, solo che non ci facciamo caso. E con la nostra noncuranza e inconsapevolezza dimentichiamo che noi siamo il nostro respiro, dal quale dipende la nostra esistenza. Non esiste vita senza respiro.

“Ci sono giorni nella vita in cui non succede niente,  giorni che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia,  quasi non fossero vissuti. A pensarci bene, i più sono giorni così,  e solo quando il numero di quelli che ci restano si fa chiaramente più limitato,  capita di chiedersi come sia stato possibile lasciarne passare, distrattamente, tantissimi. Ma siamo fatti così: solo dopo si apprezza il prima e solo quando qualcosa è nel passato  ci si rende meglio conto di come sarebbe averlo nel presente.  Ma non c’è più.”

L’aria che entra in circolo nel nostro corpo dà nutrimento alle nostre cellule, organi e fibre. Un meccanismo perfetto, spontaneo ed infallibile. Ma l’unico modo per rendersene conto è fermarsi. Allora potete stare a quel bivio, solo apparentemente in stand-by. Rimanete fintanto che ne avrete il bisogno per esplorare dentro e dare ascolto a quella voce che vi dice cosa fare.

Io cercavo di impegnarmi in mille attività, facendo due lavori, andando a delle feste il fine settimana, riempiendo le giornate di occupazioni inutili e circondandomi di persone con le quali avevo poco a che fare, purché riuscissero a mettere a tacere i dubbi che lentamente si facevano sempre più ingombranti e persistenti. E tutto quel vagare, spostarsi, togliere le tende e cambiare aria quando non riuscivo ad accettare che il momento di decidere fosse arrivato anche per me.

“Ciò che è fuori è anche dentro; e ciò che non è dentro non è da nessuna parte. Per questo viaggiare non serve. Se uno non ha niente dentro, non troverà mai niente fuori. È inutile andare a cercare nel mondo quel che non si riesce a trovare dentro di sé.”

Con la lettura di Terzani, mi misi a cercare informazioni. Su Internet sempre più ricorrente era la parola inglese “mindfulness“, che si potrebbe tradurre in italiano con consapevolezza, quella che sembravo non aver mai avuto io. Consapevolezza che esistiamo per un preciso scopo, che la nostra presenza ha un senso e un senso lo dà anche al resto dell’universo. Vivere consapevolmente e in mindfulness significa essere costantemente nel presente. Vivere il presente implica avere fiducia che quello che sta accadendo è per il nostro meglio, anche quando non ci sembra, anche quando non incontra le nostre aspettative.

Le crisi arrivano per tutti, basta saperle accettare per quello che sono, cioè un’occasione. Perché un senso c’è ed è il momento di fermarsi e capirlo.

“Eliminando la sofferenza al suo primo insorgere, l’uomo moderno si nega la possibilità di prendere coscienza della straordinaria bellezza del suo contrario: il non-dolore.”

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Allora un giorno mi sono fermata. Ho rifuggito il chiasso, le persone, il lavoro, le inutili attività riempi-tempo e me ne sono andata a passeggiare in un parco. E proprio lì, nel silenzio assordante della quiete, ho trovato lo spazio per ascoltare. Osservando una natura operosa ed ignara dei miei affanni, la decisione è venuta spontanea.

“Solo se riusciremo a guardare l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella diversità cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo.”

Ma non occorre leggere innumerevoli manuali zen per comprendere l’importanza di essere presenti. Vi basterà osservare i bambini. Se avete dei figli, dei nipoti, dei cugini piccoli osservateli mentre sono intenti in un gioco o in una qualsiasi attività, o semplicemente ascoltateli.

Durante l’infanzia siamo tutti consapevoli e tutti viviamo in questo preciso momento. Tutti respiriamo con la pancia e le nostre inalazioni ed esalazioni sono profonde. I bambini sono così immersi nel presente e concentrati su quello che fanno da non avere alcun attaccamento verso un passato (che ormai se n’è andato per sempre) né sono protesi verso un futuro (che forse non arriverà o potrebbe essere diverso da come lo immaginiano). Da quando sono diventata zia, posso anche non leggere saggi zen, ma apprendere direttamente dai miei nipoti (ne ho ben quattro!).

Vi riporto qui due episodi nei quali le mie nipoti, di tre anni e mezzo e due e mezzo, mi hanno fatto da maestre.

1) “Io trovo che c’è una bella parola in italiano che è molto più calzante della parola felice, ed è contento, accontentarsi, uno che si accontenta è un uomo felice

Un giorno ho portato mia nipote Margherita al parco. Era un giorno di fine maggio. Aspettavamo tutti l’estate, ma sembrava che la primavera avesse fatto retrofront e ci ricatapultasse dentro l’inverno. Tutto era grigio. Per me. Abbiamo provato tutti i giochi, i capelli al vento sull’altalena, ci siamo arrampicate sullo scivolo a forma di barca con tanto di timone, abbiamo anche sconfitto qualche pirata. Quando è arrivato il momento di rincasare, mano per la mano, tutto il cielo era ancora grigio. Per me. Che ho prontamente rimarcato la situazione con “Peccato che non ci sia il sole!”. Mia nipote non ha detto niente. Giustamente non ha dato peso ad un’espressione senza senso. Il sole non c’era e lei non lo aveva notato. Era così nel momento presente, rapita dalla felicità di quei giochi, di quel tempo trascorso con la sua zia che non le poteva importare di meno del sole, del cielo grigio, del fatto che l’estate sembrasse non arrivare.

2) “E vivi ora! Il passato è semplicemente un ricordo, non esiste. Sono le tue memorie che accumuli, riordini, falsifichi. Ora invece non falsifichi niente. Quello che ti aspetti dal futuro è una scatola piena di illusioni, vuota. Chi ti dice che si riempirà? “Ora lavoro, poi vado in pensione e vado a pescare.” Chi lo sa se ci saranno ancora i pesci? La vita avviene in questo momento ed è in questo momento che uno deve saperne godere.”

Una bella sera d’estate io e la mia famiglia siamo andati a mangiare alla sagra di paese. Eravamo tutti riuniti; le bambine, le più felici di questo ritrovo. Alle sagre si sa, si mangia bene, si mangia tanto, si ha anche il tempo di osservare tutti quelli che ci circondano e essere messi al corrente delle vicende di tizio e di caio. Una bella atmosfera paesana annaffiata dal vino locale, nonostante l’afa. Ma c’è soprattutto la musica. Le bambine non vedevano l’ora che la cena terminasse per poter scatenarsi sulla pista da ballo. E quando anche l’ultima forchetta fu appoggiata, l’ultimo bicchiere tracannato, finalmente era arrivato il momento di saltare, fare piroette e giravolte. Alla domanda di una concittadina che mi chiedeva dove io e le mie nipotine stessimo andando, io ho risposto “Andiamo a vedere la gente ballare!”. Una delle mie nipotine, la più piccola, mi ha corretto subito:” Non andiamo a vedere la gente ballare. Noi andiamo a ballare!”

Ecco in questa vita, in questo presente non si può rimanere a quel bivio troppo a lungo. Non aspettare che il semaforo lampeggi la sua luce gialla in un’attesa infinita.

Non guardare le altre persone con sguardo di invidia. Inizia a ballare!

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“La malattia di cui oggi soffre gran parte dell’umanità è inafferrabile, non definibile. Tutti si sentono più o meno tristi, sfruttati, depressi, ma non hanno un obiettivo contro cui riversare la propria rabbia o a cui rivolgere la propria speranza. Un tempo il potere da cui uno si sentiva oppresso aveva sedi, simboli, e la rivolta si dirigeva contro quelli. Ma oggi? Dov’è il centro del potere che immiserisce le nostre vite? Bisogna forse accettare una volta per tutte che quel centro è dentro di noi e che solo una grande rivoluzione interiore può cambiare le cose, visto che tutte le rivoluzioni fatte fuori non han cambiato granché.”

 

Per chi è incuriosito dalla mindfulness:

Tutte le citazioni incluse in questo articolo sono di Tiziano Terzani, in La Fine è il mio Inizio.

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