UK, VIAGGI

Hymn to Brighton. Inno a Brighton

Oggi di dodici anni fa trovavo il mio primo lavoro a Brighton. Ero arrivata da due settimane con un biglietto di sola andata. Ero venuta a vedere “come buttava da queste parti”; d’altra parte mi sono laureata in inglese e andare a vivere in UK sembrava solo una scelta naturale. Sono partita quindici giorni dopo aver discusso la tesi di laurea. Le mie amiche mi avevano regalato una valigia. Era celeste, di quelle rigide, con il manico corto; così pesanti e indisciplinate che ti veniva voglia di buttarle in un cassonetto. Avevo detto a tutti che sarei rimasta tre mesi. Da quando feci la mia prima lezione, a sei anni, ho sempre saputo che avrei voluto studiare lingue all’università; da quando la maestra Manuela D., per farci entrare nell’ottica della lingua, aveva ribattezzato tutta la classe con dei nomi inglesi e a me era toccato Elisabeth, come la regina d’Inghilterra, io mi sono sentita da sempre “British”. Va da se che tutte le scelte susseguitesi a quel primo approccio, mi hanno portato lì, a quel 3 Marzo 2004, a bordo di un aereo British Airways con quella pesantissima valigia celeste che, in fondo alla giornata, mi aveva riempito gli stinchi di lividi perché non ne voleva sapere di rigare dritto, proprio come la sua padrona. Sono partita insieme alla mia compagna di università, la Faby. Avevamo 24 anni e neanche la più pallida idea di che cosa avremmo combinato.

Con Brighton è stata una lunga storia d’amore di nove anni. Come spesso accade, anche la nostra è iniziata con un ardente colpo di fulmine. Dopo due giorni trascorsi a Londra (e aver speso praticamente la metà del mio budget), abbiamo deciso di prendere un treno. Era venerdì, subito dopo l’ora di pranzo. Quando si esce dalla stazione dei treni (che si trova in cima a Queen’s Road), nelle giornate terse, quando il cielo non è grigio e fa tutt’uno con i palazzi, si vede in fondo laggiù il mare. Quel giorno il sole splendeva e non smise di illuminare ogni cosa fino all’estate. Fu l’estate più calda, che tutti in seguito avrebbero ricordato. Io la ricordo non tanto per il sole, ma per il fatto che una decisione colossale fu presa: “In Italia non ci torno più!”. Brighton la amano tutti. Soprattutto chi viene per leccarsi le ferite e chi rimane per lo stesso motivo.

Capirete che non posso raccontare nove anni in una pagina di blog. Ma quel giorno di Marzo è proprio memorabile. Ha segnato l’inizio di una seconda vita, la mia. Per sempre ci sarà questo imponente spartiacque che mi divide in due: la mia vita prima e dopo Brighton.

Brighton non è una città, è uno spirito. L’ho amata, adorata. Sono stata gelosa di Brighton e di tutti quelli che venivano ad abitarci. Non capivano la bellezza di questa città che è stata la mia più grande amica, la mia ancora di salvezza, il mio porto sicuro. L’ho anche odiata Brighton tanto da fare le valigie e trasferirmi in Australia. Il giorno che mia sorella è venuta a prendermi per aiutarmi a portare le valigie di quattro anni di vita, ho pianto. Avevo messo degli occhiali da sole neri. Ho pianto e non ho mai smesso. Ho pianto in treno fino a Gatwick, al desk quando facevo il check-in, su quel maledettissimo aereo. Ho pianto, eppure avevo scelto io di andarmene. Ho pianto di quel dolore cosi tipico della separazione, quando tutto sembra definitivo. Ho pianto quando ho visto lo striscione che la mia famiglia aveva appeso in salotto: “Bentornata a casa!”; ho pianto a casa mia dove ho trovato un gatto rosso che i miei avevano preso per alleggerire la mia tristezza. Ho pianto nonostante avessi un’entusiasmante prospettiva futura. Ho pianto perché stavo lasciando un carissimo vecchio amico e se anche gli avevo detto che non lo sopportavo più, sapevo che in fondo non era per niente vero.

Avevo gli occhiali scuri perché anche quel giorno lì c’era il sole. Ogni volta che vado via o torno a Brighton splende in cielo una palla infuocata. E mi riprende la stessa sensazione che ebbi dodici anni prima, quella di non volermene mai andare via.

Me ne sono allontanata e come, un figliol prodigo, ho fatto ritorno tra le sue braccia accoglienti. Sono ritornata dopo una pausa di un anno e mezzo e aver fatto nell’ordine: un mese in Spagna, un mese in Italia, quattro mesi in Australia, sei mesi in Italia e infine sei mesi in Austria. In ogni posto ho cercato invano una Brighton; ogni volta ripartivo perché niente mi faceva sentire come nella mia città.

Brighton mi ha salvato due volte. La seconda volta mi ha curato da un lunghissimo periodo di “lutto” in seguito alla storia d’amore più importante della mia vita. E così mentre rimettevo insieme i pezzi nel caos emozionale, il mare di Brighton ha lavato via le ferite aperte ed ha atteso, come un bravo confidente, che io avessi spurgato la pesantezza del passato prima di lasciarmi andare per sempre. Quando è arrivato il momento di separarci di nuovo non ho pianto. Ovviamente ero addolorata come succede alla fine di una relazione d’amore, anche quando la decisione è presa di comune accordo. Brighton mi ha insegnato tutto, mi ha generosamente dato tutto, ha fatto di me quella che sono oggi.

Tre anni fa ci siamo detti “arrivederci”. Sappiamo entrambi che ritornerò (e già sono ritornata diverse volte) sempre a visitare le sue strade caotiche popolate da un baccanale di personaggi strambi;

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a specchiarmi nel suo mare che lambisce i pali arrugginiti dell’Old Pier; a perdermi tra le viette folkloristiche delle North Lanes; a farmi accarezzare dal vento che non cessa mai e porta con se soffi di novità.

Una volta camminando per Trafalgar Street, il sottopasso dietro la stazione, sulla vetrina di un negozio abbandonato qualcuno ha scritto una poesia per Brighton.

Non so che faccia abbia questa persona, ma ha colto in ogni frase tutto il sentimento che io provo per questa città. Chi l’ha scritta è un essere umano qualunque, non si capisce se sia un uomo o una donna; è un’anima persa, non si sa quali problemi l’affliggano. È la condizione umana, difficoltà ordinarie. La poesia è ancora più potente per questo motivo. Parla della sua tristezza (nella poesia “blues”), parla di tutte le sue debolezze e della sua inadeguatezza. È una figura solitaria sulla superficie della terra. Gli altri sembrano perfetti al suo confronto. Sembra spacciata, ma c’è Brighton.

La poesia si conclude con un gioco di parole (così tipici della lingua e dello wit inglese, io li adoro questi inglesi!) Tra l’aggettivo “blue” e il sostantivo “the blues” che si traduce in italiano con “tristezza”. Questa poesia è il ringraziamento sincero a questa che non è solo un posto dove ho abitato, è la mia vita!

 

Questa foto l’ho scattata il giorno che me ne sono andata via per sempre. Quella volta gli occhi non erano annebbiati dalle lacrime; il cielo era sgombro di nuvole e davanti a me l’unico blue visibile era quello del mare di Brighton

Brighton dall'aereo

THANK YOU BRIGHTON FOR BEING MY POTION

THE ONLY BLUE LEFT IS THAT OF YOUR OCEAN

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