Laos, VIAGGI

Quella volta che ho insegnato inglese in Laos

Ho iniziato questo articolo dieci giorni fa e fortunatamente non l’avevo ancora pubblicato. Gli avevo dato un taglio diverso, volevo mettere a confronto gli studenti laotiani che sono ancora entusiasti e vedono nella scuola e nell’educazione l’opportunità per migliorare la loro vita, e i nostri studenti che hanno un pò perso il gusto di imparare le cose. Poi a scuola sono successe tante cose e la vita mi ha insegnato un’ulteriore lezione… anzi no, non la vita, proprio i miei studenti. Su internet mi è capitato di leggere una frase che mi conferma proprio questo:

Chi osa insegnare non deve mai cessare di imparare

Si è allievi tutta la vita e, per chi, come me, fa  questa professione, il più grande errore che possa fare è avere la presunzione di credersi superiore agli studenti.

In questi giorni, proprio da quegli alunni cosidetti “molesti”, “scapestrati”, addirittura “irrecuperabili”, ho avuto dimostrazioni di maturità e sensibilità che mi hanno ancora una volta confermato che devo, voglio e sono onorata di fare questo lavoro.

monaci lungo fiume a Luang Prabang
monaci lungo fiume a Luang Prabang

Non mi vedo come un’insegnante, mi vedo come un’educatrice al servizio dei nostri ragazzi. Sono lì per loro, perché, sebbene mi facciano esaurire e spesso torno a casa con un certo senso di fallimento, rappresentano la speranza che questo mondo gestito da adulti possa cambiare in meglio. La maggior parte dei miei colleghi dimenticano questa loro funzione e si accaniscono con i ragazzi, li bistrattano, li offendono e li mortificano semplicemente per il fatto di essere adolescenti, spensierati e con altre priorità che non imparare i modali di obbligo in inglese. Questi miei colleghi danno il peggiore degli insegnamenti, mancando di rispetto ai nostri ragazzi e venendo meno ai principi di questo lavoro. Insegnare non è arrivare in fondo all’anno con un programma fatto, le unità del libro completate, stando seduti in cattedra; insegnare (come ci spiega la sua etimologia) è lasciare un segno, “segnare” la mente del discente, lasciando impresso un valore che va al di là dello studio.

Non mi voglio focalizzare sull’offesa che ho ricevuto da una collega che, dall’alto dei suoi anni di carriera scolastica, ha pensato bene di sminuire di fronte ai ragazzi la figura dell’insegnante di sostegno (in quel caso la sottoscritta), ma voglio elogiare proprio quei due adolescenti che, dimostrando molta più maturità e rispetto della suddetta collega sessantenne, si sono scusati per lei e per i suoi commenti offensivi e poco appropriati. Le loro parole, donatomi spontaneamente e sinceramente, sono state il più bel regalo di compleanno che mi potessero fare.

Una settimana fa avevo scritto un articolo che iniziava così:

“Quante volte mi avrete sentito dire che ho mollato un lavoro di ufficio per fare l’insegnante? Milioni! Per me, insegnare non è una professione, è una passione. Mi piace così tanto stare in mezzo ai ragazzi e condividere la mia conoscenza che ho deciso di dedicarmi a questa missione anche quando viaggio.”

Invece, voglio scrivere un nuovo articolo che dice qualcosa di diverso: per me, insegnare non è una professione, è una missione. Mi piace così tanto stare in mezzo ai ragazzi e condividere gli insegnamenti che a mia volta ho appreso dalla vita che ho deciso di dedicarmici anche quando viaggio, ma soprattutto non dimenticandomi mai, ogni giorno che entro in classe, che i ragazzi non devono fare un favore a me, stando attenti, prendendo appunti, non facendo rumore, ma io devo offrire loro il migliore dei servizi: ascoltandoli, capendoli, motivandoli, facendogli acquisire la fiducia che gli adulti sembrano sottrarre loro quotidianamente.

Ogni giorno vedo, è vero, ragazzi maleducati, irrispettosi e svogliati, poi mi dico che lo sono loro malgrado: sono il frutto di genitori altrettanto cafoni. Sono figli ignorati, trascurati, abusati, con pochissimi interessi e poco stimolati, con scarso amor proprio e, ahimé, ancor meno autostima. Vedo spesso insegnanti umiliarli, offenderli, abbandonarli perché sono una classe rumorosa e senza speranza. Invece quei cari colleghi se non hanno sbagliato tutto nella vita, sicuramente hanno sbagliato professione. Perchè quegli stessi studenti si prendono cura dei compagni con difficoltà, li ho visti essere improvvisamente rispettosi ed educati, persino diligenti e soprattutto con tanta voglia di apprendere quando ci si dedica loro con rispetto e gentilezza.

Questa professione è complicata, non perché, come a tanti piace pensare, abbiamo a che fare con del “materiale umano” (espressione più ingiusta e odiosa per rivolgersi agli studenti non ci potrebbe essere), ma perchè proprio i ragazzi, con la loro spontaneità disarmante, ti mettono di fronte alle tue debolezze che tanto speri di poter mascherare con la conoscenza.

Questa storia di crescita personale inizia tre anni fa, il mio primo giorno di supplenza in un liceo di Lucca; è una storia che non avrà mai fine e si perpetua ogni giorno che entro in classe perchè, anche quando torno a casa esausta e mi pare di non aver concluso molto, nessun giorno passato a scuola è tempo vano.

Come disse Jean Jacques Rousseau, uno dei pedagogisti più importanti di tutti i tempi:

“[…] la più grande, la più importante, la più utile regola di tutta l’educazione è quella di non guadagnare tempo, ma di perderne”

E così a Luang Prabang, in Laos ritrovo la sua conferma. Luang Prabang è probabilmente la città più visitata dopo la capitale Vientiane, e non mi stupisce il perché. Tiziano Terzani, in “Un indovino mi disse”, la descrive così:

“Arrivando a Luang Prabang, l’avevo trovata affascinante come la ricordavo, acquattata nella sua valle verde e umida, circondata da picchi che paiono dipiti da un pennello cinese, dominata dalla collina di Wat Pusi da cui tutto lo splendore dei templi, costruiti in saggio disordine sulla striscia di terra fra il Mekong e il Nam Khan, appare come dovesse essere eterno.”

Luang Prabang vista dalla collina di Wat Pusi
Luang Prabang vista dalla collina di Wat Pusi

Non credo si possa parlarne in nessun altro modo per rendere giustizia a questa cittadina incantevole.

tempio di fronte a Wat Pusi
tempio di fronte a Wat Pusi

Appena arrivata, verso le sette di sera, ho capito che non me ne sarei più voluta andare e che il mio itinerario era necessariamente da modificare. La romantica Luang Prabang, adagiata in mezzo a due fiumi, è ideale per chi cerca un pò di tranquillità per lo spirito. Il miglior modo di viverla è noleggiare una bicicletta, perdersi nei vialetti piastrellati e fermarsi quando si è stanchi all’ombra dei frangipane nei cortili dei bellissimi templi che punteggiano la città. Così come i suoi due fiumi, la sua vita scorre serena.

giovane monaco
giovane monaco

Luang Prabang si è guadagnata un posto speciale nel mio cuore, entrando nella mia classifica personale delle città con un’anima perchè, qua, incontri importanti mi hanno costretto a fare una riflessione profonda sull’insegnante che vorrei essere. La Lonely Planet inglese del Laos ha dedicato un breve paragrafo al “Big Brother Mouse”:

Se volete contribuire attivamente a promulgare l’alfabetizzazione, il modo migliore è dedicare un paio d’ore del vostro soggiorno a Luang Prabang, nelle aule del Big Brother Mouse, dove potrete leggere libri ai bambini che raramente hanno la possibilità di farlo da soli. Più falang (stranieri) ci sono, più ragazzini verranno ad ascoltare”.

cartelloni al Big Brother Mouse
cartelloni al Big Brother Mouse

Nonostante la sua breve descrizione, questo piccolo riquadro, facilmente ,ha catturato, invece, la mia attenzione, offrendomi proprio quello di cui il mio essere aveva bisogno.

Nelle varie guesthouse, nei café e in tutti i posti frequentati dai turisti, si può prendere gratuitamente un libello che spiega la storia del Big Brother Mouse. Come spesso accade per i progetti che si rivelano poi straordinari, all’origine c’è un’idea molto semplice: creare una letteratura, in lingua Lao, che negli anni ‘80 era ancora inesistente. All’inizio, i ragazzini non riuscivano a capire cosa ci potesse essere di divertente in un libro, dal momento che gli unici materiali a loro disposizione erano libri di testo per la scuola. Il Laos era un paese con pochissimi libri stampati. Con l’entusiasmo di Siphone e Khamla, due ragazzi lao, e Sasha, un editore americano, nascono i primi libri illustrati per bambini che raccolgono le storie che le nonne erano solite raccontare la sera ai loro nipoti. Viene creato il Big Brother Mouse, un centro di lettura. Oggi il BBM vede insegnanti, fumettisti, illustratori, scrittori ed è continuamente alla ricerca di nuovi talenti che portino avanti questo progetto.

Da quando il Laos si è aperto al turismo ed è gradualmente aumentato l’interesse e la curiosità per questo paese del quale Terzani dice:

“Al momento basta ancora metterci piede per sentire che nel Laos c’è qualcosa di unico e di poetico nell’aria: le giornate sono lunghe e lente e la gente ha una quieta dolcezza che non si trova nel resto dell’Indocina”.

Anche il BBM ha potuto trarre benificio da questo turismo, che tuttora è poco invasivo e distruttivo, dando vita ad un ulteriore progetto: classi di conversazione in inglese gratuite. Il centro si avvale della disponibilità dei turisti e viaggiatori che decidono di regalare qualche ora del loro viaggio a gruppi di ragazzini desiderosi di apprendere o migliorare il loro inglese. E io non mi potevo far scappare l’occasione di contribuire a questa meravigliosa iniziativa.

Quando sono arrivata al centro per la sessione di conversazione delle cinque, portavo il mio “bagaglio” di conoscenza che avevo intenzione di lasciare a loro; sentivo il peso dell’incarico, e pensavo che avrei fatto qualcosa di importante, dando una mano. Quando sono uscita alle sette, quel bagaglio che pensavo di svuotare era più pieno di prima, perché è proprio vero che non ci sono maestri, ma soltanto allievi. Lo sbaglio, che spesso fanno gli insegnanti è proprio questo: pensare che fare il proprio lavoro significa trasmettere tutta una serie di nozioni e saperi senza tenere conto di chi si ha davanti e le loro motivazioni ad apprendere (o purtroppo, molto spesso, mancanza di motivazioni).

L’altro più grande sbaglio da fare è ignorare gli imprevisti (che sono inevitabili in un’ora di lezione) e proseguire per la tua strada, sentendoti realizzato alla fine della mattinata se sei riuscito a spiegare un determinato argomento, come ti eri prefissato il giorno prima. Ancora più grande è sentire di aver fallito perché credi di non aver combinato niente ma perso solo del tempo, proprio perché non sei riuscito nemmeno ad iniziare quell’argomento. Insegnare è perdere tempo, impiegandolo per conoscere i tuoi alunni e aiutarli a conoscere se stessi.

In queste classi di conversazione libera, ho capito la lezione più importante. Come insegnante sono “a servizio” dei miei studenti; devo ascoltare e nutrire le loro inclinazioni, far acquisire loro fiducia in se stessi e prepararli ad affrontare la vita in autonomia.

Quando sono arrivata al centro, ho trovato un nutrito gruppo di ragazzini attorno ad un tavolone rettangolare. Avevano l’aria mesta perché erano convinti che quel giorno non si sarebbe presentato nessun visitatore e che avrebbero perso un’importante occasione per migliorare. Il sorriso che mi hanno regalato appena ho varcato la soglia, ha tradito tutta la loro speranza.

Attorno a me si è formato un piccolo gruppo eterogeneo per età e personalità: c’era il ragazzino spigliato, quello intraprendente, l’ascoltatore, quello attento che prendeva appunti per filo e per segno, il perfezionista che mi ha fatto correggere venti frasi per il qualeuna banale spiegazione non era sufficiente. Tutti curiosi di sapere dove si trovasse l’Italia, e quale fosse la capitale e la nostra religione e che lingua parliamo e che cosa mangiamo e se l’Italia fosse vicina all’Inghilterra, l’unico paese europeo (insieme alla Francia) che conoscono. Completamente incapaci di comprendere perché fossi venuta in Laos, si sono voluti assicurare che mi piacesse il loro paese e Luang Prabang; mi hanno chiesto dove sarei andata in seguito e mi hanno rassicurato che, sebbene non ci fossero mai stati, avevano sentito dire che anche le altre città del Laos erano molto belle.

Allora ho imparato a conoscere un poco delle loro storie. Nessuno di loro abita a Luang Prabang, che, giustamente, è considerata la città dalle mille possibilità; spesso vivono nei villaggi limitrofi (anche ad un’ora di bicicletta). Nonostante fossero nel pieno delle vacanze estive (come in Italia, le scuole laotiane rimangono chiuse da giugno a settembre), passano le loro giornate tra il centro e la biblioteca a studiare e ripassare inglese. Sono felicissimi quando ci sono tanti turisti, perché significa che probabilmente avranno l’occasione di fare due ore piene di conversazione, sentire i diversi accenti e imparare cose su paesi e nazionalità così lontani. Quando invence non si presenta alcuno straniero, sono molto tristi e se ne vanno a casa delusi per non aver potuto parlare inglese.

i ragazzi a cui ho fatto lezione
i ragazzi a cui ho fatto lezione

Molti di loro hanno intenzione di spostarsi dal villaggio a Luang Prabang e probabilmente nella loro vita non visiteranno nessun’altra città laotiana; è praticamente impensabile per loro fare viaggi all’estero (anche fosse andare nei paesi confinanti come Cambogia o Vietnam). L’obiettivo comune prioritario è poter trovare un lavoro decente per acquistare un motorino, perché andare in bicicletta non solo è faticoso, ma impossibile durante la stagione delle piogge. Tra gli obiettivi a lungo raggio c’è il riuscire a trovare un lavoro dignitoso, come essere insegnanti, camerieri o meccanici.

Per una che aveva appena concluso un anno scolastico all’ITIS di Viareggio, mi è parsa subito una bella coincidenza questa (o destino?); quante volte a scuola avevo sentito i miei alunni dire di voler fare i meccanici, il cui divertimento più grande è quello di smontare e truccare motori, il cui videogioco preferito è GTA?

A queste parole, mi si è gonfiato il cuore di tenerezza; il candore con il quale si sono aperti a me e agli altri viaggiatori (che presto si sono uniti al gruppo), a noi così estranei, mi ha riempito gli occhi di lacrime. Il loro entusiasmo è stato a dir poco contagioso, il loro atteggiamento ammirevole. Quando sono rientrata in camera, dopo un giornata così intensa, ho capito che in un’aula scolastica i ruoli sono facilmente scambiabili: si può essere insegnanti e studenti al tempo stesso.

Qualche giorno fa anche i miei studenti mi hanno riconfermato quello che laggiù in Laos mi si era palesato con tanta forza da essere una rivelazione sorprendente. Ai miei studenti di ieri, di oggi e quelli di domani, posso solo qui rinnovare il mio impegno a tenere a mente questa grande lezione che mi hanno impartito.

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