Cambogia, VIAGGI

Tuol Sleng: l’orrore cambogiano

Prima di buttarmi in questi due articoli sul genocidio cambogiano, ero tormentata dai dubbi: “È giusto scrivere in poche righe quello che ho visto nei due musei di Phnom Penh? Sono in grado? Ne so abbastanza?”.

Ovviamente non ho la presunzione di raccontare fatti storici (per questo c’è internet, ci sono libri di storia, gli articoli di giornale), posso solo esprimere quello che ho provato io di fronte a questa realtà a me del tutto sconosciuta.

Choeung Ek è stato solo il primo assaggio. Le numerose fosse comuni, le ossa che sbucano dal terreno, i teschi arrangiati così ordinatamente, mi hanno scosso, scioccato, inorridito, repulso, angosciato, addolorato tanto da non capire più niente. Le storie che vengono narrate nel privato delle orecchie mentre si ascolta l’audioguida sono spesso interrotte da musiche malinconiche di timbro orientale. Hanno scelto una musica zen, quella dei sottofondi delle lezioni di yoga, dei centri benessere. Sono delle nenie che per un attimo ti fanno prendere respiro. Si può camminare liberamente in questo vasto giardino, ci si può allontanare dalle stazioni quando l’emozione è troppo forte per trattenere le lacrime. Puoi distrarti e sciogliere il magone che ti asserraglia la gola, osservando la natura rigogliosa che risorge anche qui.

È tutto in ordine a Choeung Ek.

I Killing Fields, per ovvie ragioni logistiche, si trovano in una zona remota della periferia a 13 km dal centro di Phnom Penh; Tuol Sleng è quasi in città. È sotto gli occhi di tutti. Ci si può incappare facendo una passeggiata. È parte della vita cittadina della capitale. Non si fa dimenticare.

Prima che i Khmer Rouge si impadronissero di Phnom Penh, Tuol Sleng era un liceo. Riconoscibilissimo per la disposizione degli edifici scolastici lungo i lati del quadrilatero esterno al cui centro si trova un ampio cortile. Immagino i ragazzini passeggiare per i vialetti, fare merenda all’ombra degli alberi dello spiazzo, condividere soddisfazioni e delusioni che, data loro la possibilità, forgeranno il loro carattere. Scene ordinarie di vita scolastica, quelle di cui quotidianamente sono protagonisti anche i miei studenti.

Il paragone è uno shock insostenibile.

Adesso nel cortile ci sono le tombe delle ultime quattordici vittime della prigione S-21 (così fu ribattezzato Tuol Sleng), trovate dall’esercito della Liberazione inviato da Hanoi, Vietnam.

le 14 tombe
le 14 tombe

Appena varcata la soglia delle aule, che furono teatri di atroci torture, mi viene alla mente un’altra stanza: la Room 101 di Nineteen Eighty-Four. Ho scritto la mia tesi di laurea sul romanzo distopico di George Orwell. L’ho sezionato chirurgicamente; ho analizzato, come cellule al microscopio, ogni parola dalla quale sgorga tutta la sofferenza e la disperazione isolata del protagonista Winston Smith che viene piegato e poi spezzato e alla fine è il fantasma di se stesso. Pensavo di sapere tutto di totalitarismi, invece Tuol Sleng è un calcio in faccia alla mia ignoranza.

Niente ti può preparare all’orrore.

Le cattedre furono usate a mo’ di banco delle confessioni. Sulla parete, non sono appese rappresentazioni, bensì fotografie scattate dai militari vietnamiti ai cadaveri dei prigionieri che le guardie carcerarie, prese di sorpresa, non ebbero il tempo di disporre.

una delle aule. Nella foto appesa la vittima cosi come fu ritrovata dai vietnamiti
una delle aule. Nella foto appesa la vittima cosi come fu ritrovata dai vietnamiti

Le informazioni che più mi hanno destabilizzato sono proprio il fatto che il direttore della prigione, il feroce e spietato Duch, fosse un ex insegnante della stessa scuola. Anche Pol Pot, prima di diventare il Fratello Numero Uno (qui il mio pensiero torna immediatamente a Orwell e a Big Brother), era un professore. Khieu Samphan, il presidente della Kampuchea Democratica (così era stata rinominata la Cambogia) che inizialmente fu ritenuto essere il capo dei guerriglieri khmer, e lo stesso Pol Pot, il primo ministro e la vera mente di questa rivoluzione dal basso, avevano entrambi studiato a Parigi.

Questi eruditi, vestiti da contadini, furono accolti dai cambogiani come salvatori. La popolazione si credeva finalmente liberata da un governo fantoccio, quello di Lon Nol, insediatosi grazie agli americani, i quali continuavano a trivellare di bombe il paese. Proprio quegli stessi intellettuali si rivelarono invece spietati aguzzini. Hanno violentato, umiliato, martoriato e infine quasi annientato l’intera Cambogia. Di una popolazione complessiva di circa sette milioni di abitanti, il nuovo governo khmer ne uccise quasi tre; gli altri furono costretti ai lavori forzati per rimettere in piedi una nazione, le cui infrastratture erano state distrutte durante il conflitto americano-vietnamita.

Mappa della Cambogia ricostruita con i teschi ritrovati. E' stata poi smantellata ed e' rimasta la fotografia
Mappa della Cambogia ricostruita con i teschi ritrovati. E’ stata poi smantellata ed e’ rimasta la fotografia

Chi non morì nei campi di sterminio, perì per malnutrizione (venivano concesse una o due ciotole di riso al giorno), per malattia (la malaria flagellava quotidianamente l’intera popolazione che viveva in condizioni igieniche carenti e l’assitenza medica era praticamente inesistente), per le fatiche dei lavori dediti alla ricostruzione di strade, di canali di irrigazione, di un’agricoltura che da sempre era la principale risorsa di sostentamento del paese. La gente moriva di stenti, mentre Pol Pot dichiarava nelle poche interviste rilasciate che la Cambogia era sempre più autosufficiente e poteva ricominciare ad esportare. Se si era “fortunati” si moriva in mezzo ai campi o nelle baracche; altrimenti si veniva deportati proprio a Tuol Sleng.

Qui è tutto vero, tutto più reale. Non ci sono audioguide, ma guide in carne ed ossa. Cioè persone, cioè cambogiani. Quindi la voce della narrazione proviene dalle corde vocali di questa ragazza giovane, forse trentenne, che sta di fronte a me. Non sto ascoltando una registrazione, non sto guardando un documentario, né tantomeno un film dell’orrore, dove posso chiudere gli occhi e decidere di saltare le scene più cruente. Sono venuta qua per conoscere e come tirata giù per le gambe, vengo ancorata nella realtà della Storia. La mia guida mi dice che alcuni suoi parenti sono morti durante gli anni dei Khmer Rouge. Avrei voluto farle mille domande. Ma poi il timore di dire qualcosa di sbagliato, di irrispettoso mi ha messo a freno.

Quali racconti raccapriccianti le sono stati riferiti dai suoi genitori, dai nonni rimasti, dai familiari anziani? Quanto non si riesce a dire?

A Tuol Sleng, tutto è come allora, tutto è rimasto intatto. Noi vediamo quello che l’esercito vietnamita ha scoperto il 7 Gennaio 1979 quando entrò a Phnom Penh per liberare il paese.

C’è il filo spinato alle porte e sulle mura di recinzione.

filo spinato davanti alle classi
filo spinato davanti alle classi

Ci sono gli strumenti di tortura, marchingegni impensabili. Verrebbe da pensare frutto di menti folli e deviate.

La Forca
La Forca

I letti nelle aule dove si veniva portati per confessare. I prigionieri vi venivano incatenati e torturati per giorni interi fino a che non producevano una confessione falsa che mettesse fine alle atrocità. Le confessioni erano motivo poi per essere trucidati a Choeung Ek.

Letti
Letti

I gioghi ai quali si potevano ammanettare insieme fino a quaranta detenuti.

catene
catene

Ci sono i cubicoli un metro per due, senza porta, dove dormivano gli incarcerati. Il cubicolo 22 appartenne a Chum Mey, uno dei sopravvissuti che ogni giorno si reca a Tuol Sleng per portare la sua testimonianza. Anche quel giorno era lì, ma il coraggio mi ha abbandonato.

Cosa si chiede a un sopravvissuto ad anni di torture?

Mi sono limitata a mostrargli tutta la mia empatia con un sorriso.

cella 22 del sopravvissuto Chum Mey
cella 22 del sopravvissuto Chum Mey

Ci sono le confessioni trascritte. Ci sono le foto dei carcerieri e dei soldati, spesso appena adolescenti. Ma soprattutto ci sono gli scioccanti dipinti che illustrano momenti della vita a Tuol Sleng, realizzati da Vann Nath, un altro sopravvissuto.

Delle diciassette mila persone che sono state imprigionate alla S-21, solo sette adulti e quattro bambini furono ritrovati in vita alla fine di questo inferno.

i bambini superstiti
i bambini superstiti

A un certo punto ho smesso di scattare fotografie. Quelle immagini ce le ho ben tatuate nella mente e nel cuore. La visita a Tuol Sleng è insopportabile. Qui i teschi di Choeung Ek si possono associare alle migliaia di volti dei prigionieri, meticolosamente schedati e immortalati. Questi scatti sono per me le prove inconfutabili e dolorose della ferocia cieca. L’orrore raddoppia. Allora non sono solo ossa e crani indistinti. Sono persone, sono vite, sono mamme, sorelle, padri, fratelli, nonni, figli. Sono quei legami ancestrali, di sangue che definiscono il nostro mondo, quello degli esseri pensanti. Per marcare ancora di più la nostra superiorità intellettiva, di solito, ricorriamo a frasi denigratorie verso gli animali che descrivano questi comportamenti folli: “Sono bestie! Solo le bestie! Trattati come bestie! Neanche le bestie!”.

Sì, neanche le bestie.

Non ho visto mai nella vita nessuna “bestia” riservare questo trattamento ai suoi simili. Chi permette tutto questo, chi perpetra, chi acconsente, chi tace, chi favorisce, chi ignora non è una bestia e nemmeno la “peggiore delle bestie”, come si usa anche dire.

Mi sembra che la storia vada ripetendosi. La nazionalità può essere altra, le cause delle migrazioni diverse, ma certe immagini in mostra a Tuol Sleng sono assai familiari, di questi tempi. I commenti di alcuni politici, le risposte di alcune nazioni, i post rabbiosi sui social networks mi fanno pensare a come vennero accolti come sospetti i racconti dei rifugiati cambogiani che riuscivano ad oltrepassare il confine con la Thailandia. Nessuno, infatti, credeva loro. D’altra parte sulla Cambogia era calata una cortina di silenzio impossibile da penetrare.

Oggi, come allora, mi pare che si stia perdendo l’unico sentimento che davvero ci distingue dagli animali, la compassione. Quel sentimento che all’origine significava “soffro con”, da cum patior.

cambogiani esiliati da Phnom Penh
cambogiani esiliati da Phnom Penh

È questo allora l’homo sapiens? È di questa superiorità che ci andiamo vantando rispetto alle bestie?

Se l’evoluzione ha portato anche a fare finta di niente, scacciare, non accogliere, mostrare così poca umanità per chi soffre ed è in difficoltà, allora, io, voglio tornare ad essere “bestia”.

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