Cambogia, VIAGGI

Eppure… Choeung Ek e’ successo

Sono stata davanti a questo foglio bianco per almeno un’ora senza sapere da dove cominciare. È da giorni che rimando il mio appuntamento con Choeung Ek Genocidal Center, altresì conosciuto come “The Killing Fields”, I Campi della Morte. Al primo appuntamento con questo posto ci sono andata con il bisogno di conoscere, di capire perché, effettivamente, sapevo poco. Avevo letto qualcosa. Avevo un’idea, vaga; ma l’immaginazione, si sa, puo’ solo arrivare a tanto. La realtà quasi sempre supera ogni comprensione e accettazione umana.

A questo mio secondo appuntamento ci sono andata con l’angoscia. Per questo ho procrastinato. Ma rimandare non cancella quello che ormai so. Fisso lo schermo bianco con lo stesso sguardo inebedito che avevo quel giorno lì, seduta su quella panchina a Choeung Ek. Minuti interminabili senza sapere come organizzare le emozioni che mi avevano travolto e stravolto.

Dopo ogni stazione dell’audioguida mi sono dovuta fermare, guardare intorno. Lo sguardo perso oltre l’orizzonte, come se davanti  ai miei occhi si srotolasse la proiezione delle scene appena descritte dalle parole. Ma è una pratica impossibile e per fortuna lo è. I nostri occhi non possono vedere. E per fortuna non possono.

Ci sono volute circa cinque ore per visitare l’immenso “giardino” di Choeung Ek. Ho preso appunti delle storie che ascoltavo. Ho cercato di comprendere come tutto questo sia stato possibile e come mai sui libri di storia del liceo non ci fosse alcuna menzione.

Una delle fosse comuni
Una delle fosse comuni

Eppure, quando quell’orrore è finito, nel 1979, dopo pochi mesi, sono nata io. I miei genitori erano adulti, la memoria è recente, eppure quanto poco si sa. Quanto poco se ne parla perché in quegli anni la Cambogia era blindata, una prigione a cielo aperto. I grandi leader del tempo (quelli del mondo “evoluto” che da sempre sbandierano il vessillo della libertà, della civilizzazione e dei diritti umani) erano a conoscenza, eppure hanno lasciato che i cambogiani se la sbrigassero da soli. Eppure quando Pol Pot è morto, impunito nel letto di casa sua, nell’aprile del 1998 era l’anno della mia maturità; ma non ricordo di averne mai parlato nelle ore di storia. Non si sono intavolate discussioni, non si è dato spazio ad approfondimenti. Ed io ho vissuto nella mia ignoranza fino al giorno in cui ho varcato l’ingresso di Choeung Ek. E ancora non avevo visto niente. Eppure, per coscienza, mi sembrerebbe doveroso parlarne. Eppure la vita è una. È sacra e andrebbe onorata. Eppure dei morti per mano della furia omicida umana ne è piena la terra. Camminiamo su un cimitero vivente, ma, evidentemente, alcuni morti sono più importanti di altri.

Troppi eppure. Alla fine, capire è impossibile.

Phnom Pehn è una tappa fondamentale per iniziare a conoscere quello che non ci è stato mai detto. È stata una fermata faticosa, ma imprescindibile. Sono venuta in Cambogia per Angkor Wat (il passato khmer glorioso), ma anche per Phnom Penh (il passato khmer in-glorioso). Ci sono rimasta due giorni poi ho sentito il bisogno di allontanarmi perché avevo il cuore greve. Ci sono ritornata dopo otto giorni per riprendere un aereo ma, se devo essere sincera, l’ho fatto controvoglia.

Perché una volta che si è a conoscenza, come dimenticare?

Ringrazio di aver visitato Phnom Penh quasi alla fine. Chissà come avrei affrontato questo paese, questo viaggio sapendo? E ancora non so niente, non so abbastanza. E la domanda è comunque irrisolta.

Perché? Com’è possibile?

Choeung Ek è un posto di pellegrinaggio. Si viene per ricordare, per pregare e per mostrare rispetto. I visitatori lasciano, in segno di solidarietà, braccialetti sulle palizzate delle fosse comuni e sugli alberi. È un giardino bellissimo. Di un verde fiammeggiante, i fiori di ibisco danno un tocco allegro. Se si visita il centro con il cielo terso, allora tutto risplende, anche le ali delle innumerevoli farfalle. Secondo alcune credenze popolari, le farfalle sono le anime dei morti che si avvicinano ai luoghi della loro vita, in attesa di passare attraverso il purgatorio.

Farfalle a Choeung Ek
Farfalle a Choeung Ek

Immagino questo esercito di anime che ritornano a visitare quello che per loro fu, invece, un inferno in terra. Si stima, infatti, che qui siano state uccise intorno a diciassette mila persone. Choeung Ek è stato il più grande campo di sterminio della Cambogia. I detenuti nella S-21 o Tuol Sleng, la scuola-prigione, venivano trasportati qui su un camion di notte. E non ne uscivano vivi.

ossa
ossa

Ci sono, oggi, 86 fosse comuni. Camminando liberamente si possono ancora incontrare frammenti di ossa e brandelli di vestiti che, dalla terra, gridano la loro presenza. Alcuni resti sono stati lasciati volutamente così; altri sbucano, inaspettatamente, dopo gli acquazzoni che li riportano a galla. Come se il terreno li rivomitasse per non permettere l’oblio.

resti
resti

Choeung Ek giace in un silenzio mortale. Mi sono dovuta sedere perché, come mi era capitato anche in visita a Dachau, in questi posti, c’è un’aria strana che mi prende allo stomaco e mi fa venire dei capogiri. Diversamente dai campi di sterminio nazisti, come li vediamo oggi, qua non ci sono gli alloggi, non ci sono costruzioni. Si veniva portati qui per morire con il cranio fracassato contro gli alberi, a colpi di piccone o di vanga perché i proiettili erano troppo preziosi per venire sprecati. La stessa sorte toccava indistintamente a donne e bambini. L’albero contro il quale i soldati spaccavano la testa fragile degli innocenti gela il sangue nelle vene.

L'albero dei bambini
L’albero dei bambini

Come si puo’ fare finta di niente?

Questo viaggio nell’orrore del passato termina al grande stupa che, in tutta la sua altezza, contiene ossa e crani delle vittime.

stupa contenente i resti delle vittime
stupa contenente i resti delle vittime

Nelle cavità dei loro occhi non rimangono piu’ gli orrori di questa follia. Dalle bocche aperte, escono grida silenziose. I resti sono catalogati per sesso, età e causa del decesso. Mancano solo i nomi. Che volti avevano in vita? Chi erano queste persone? Qual è stata la colpa di questo popolo stupendo?

nel grande stupa
nel grande stupa

I volti di queste vittime, tutti i nomi sono registrati a Tuol Sleng, la tappa successiva di questo viaggio nella storia, nell’abominio perpetrato da un cittadino khmer contro i suoi fratelli khmer.

Un ufficiale, intervistato da Terzani, in quegli anni, parlava della Cambogia così:

«Siamo tutti khmer eppure ci ammazziamo a vicenda. La Cambogia è il nostro Paese eppure lo stiamo distruggendo».

Troppi eppure. Alla fine, capire è impossibile.

Libri sulla Cambogia dei Khmer che ho avuto il coraggio di leggere e che consiglio:

Per capire cosa ha dovuto subire la popolazione: Il racconto di Peuw bambina cambogiana, Molyda Szymusiak

Se si vogliono capire le dinamiche politiche: Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia, Tiziano Terzani

Libri/film sulla Cambogia dei Khmer che non ho ancora avuto il coraggio di leggere/vedere:

First they killed my father, a daughter of Cambodia remembers, Loung Ung

Killing Fields (film), regia di Roland Joffe’

 

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