Cambogia, VIAGGI

Cronaca semi-seria di una occidentale verso Phnom Penh

Phnom Penh é stata per me una città complicata perché affollatissima, caotica, sporchissima, rumorosa. Quante persone mi avevano detto (e quante volte avevo letto) che i crimini stavano aumentando, gli scippi anche. Era la prima volta che, camminando per la strada, ero cauta, con i sensi allertati, gli occhi aperti, la mano sulla borsa. A Phnom Pehn, poi, fa un caldo infernale; il tasso di smog raggiunge picchi altissimi e posso definire l’ostello dove ho alloggiato come una catapecchia in riva al Mekong.

Buddha del Wat Phnom
Buddha del Wat Phnom a Phnom Penh

E’ stata una tappa emotivamente difficile, ed é stato altrettanto faticoso raggiungerla.  Ci sono arrivata a tarda notte, dopo trip mentali deliranti. Le mie amiche che hanno ricevuto il messaggio vocale, inviato nel silenzio della mia squallida camera d’ostello, sanno benissimo che il primo impatto non é stato dei migliori (il messaggio non lo posso mettere qui perché é semplicemente un turpiloquio senza freni che mi vergogno anche solo a ricordare). Ancora una volta, l’Asia doveva reiterare la lezione più importante, che tanto facevo fatica a trattenere. Ma per svelarvi questa nuova verità, partiamo dall’inizio di questa mia ridicola (e qui arrossisco) odissea.

Iniziamo con: a Battambang si sono dimenticati di venirmi a prendere e ho perso l’autobus. Già vedo all’orizzonte l’ombra delle “pannocchie” (qui paranoie) che avanzano. Si parte male. Alla reception dell’albergo sfoggio la mia più forte italianità; inizio a incavolarmi come si deve (ma l’unica cosa che non ha effetto in Asia è proprio alzare la voce, pretendere dall’altro quello che l’altro non può dare. Ma questa diciamo che, per sopravvivere e vivere serenamente, è una regola che dovrebbe essere applicata al mondo intero); io e il receptionist non ci capiamo. Io mi sto alterando sempre di più, lui non parla mezza parola di inglese, la televisione che proietta una soap-opera thailandese (che tanto appassiona i cambogiani) e dalla quale lui non sembra staccare gli occhi, accresce la mia frustrazione. Niente da fare! L’autobus delle 2 sarà già partito ormai! Il receptionist chiama qualcuno, ridacchiano al telefono. La prendo proprio male.

Ma che fa? Mi sfotte anche?

L’italianità viene sguinzagliata. É fuori controllo. Mi viene lo sguardo killer (la mia famiglia sa di cosa parlo, l’hanno visto milioni di volte), inizio a sbuffare. Più lui ride, più fumo mi esce dal naso. Mi siedo e mi alzo dalla poltrona della hall non so quante volte. Se solo avessi saputo dov’era la stazione (ah si, perché in Cambogia avevo ormai capito: la stazione c’é ma non si sa mai dove. Infatti si comprano i biglietti alle agenzie che mandano poi un driver a prenderti)! Forse se mi fossi incamminata, con i chilometri che ho fatto in quella hall, sarei arrivata a Phnom Penh tranquillamente a piedi.

Insomma mi devo arrendere: è una battaglia persa. E invece, toh, il mio receptionist alla fine mi aveva capito e mi dice che mi sarebbero venuti a prendere dopo 5 minuti. Già mi sta passando un pò di nervoso.

Quando il driver last-minute arriva, non credo ai miei occhi. La pace è durata poco: il nervoso riaffiora, monta come la panna. Mi aspettavo il solito minivan, un tuk-tuk, un taxi, un qualcosa che avesse una parvenza di mezzo ufficiale e invece arriva un camion con i vetri sfondati, la fodera dei sedili esplosa. Ecco il mio passaggio per la stazione. Salgo su, me la faccio addosso, chissà dove mi portano….

E invece bisogna sempre aver fiducia. Arrivo alla stazione. Non ci sto ancora capendo niente. Sembra di essere alla fine del mondo. C’è  uno spiazzo terroso, una tettoia di lamiera, la solita televisione che intrattiene tutti tra urla e pianti degli attori thailandesi e il mio bus delle 2?

Perché non mi fanno salire sul bus? Ma dov’è?

Il famoso “chi visse sperando….”! Macché autobus delle 2! Devo aspettare il successivo, alle 3. Mi guardo intorno e, come mi è  capitato spesso in questa mia avventura cambogiana, sono l’unica occidentale!

Dai, karma! Ma sei proprio venuto oggi a farmela pagare?

fortuna che ho gli occhiali e non si vede lo sguardo killer
fortuna che ho gli occhiali e non si vede lo sguardo killer

Quando finalmente sono le tre, lo spettacolo inizia. I passeggeri si mettono a caricare ogni sorta di bagaglio: valigie, scatoloni, gabbie, sacchetti, carretti, mobili, sedie e chi più ne ha più ne metta. Il vano bagagli inferiore è presto stracolmo. Allora qualcuno sale sul tetto e fa posto al resto del carico. Guardo divertita, ma soprattutto meravigliata. Come in una catena di montaggio, un signore butta su le valigie, l’altro sul tetto le accatasta alla bell’e meglio e in poco tempo siamo pronti per partire.

Da Battambang a Phnom Penh ci sono circa 300 km. Noi abbiamo impiegato 8 ore per arrivarci. Quando dico che in Cambogia si va piano, é proprio questo che intendo!

Salgo sul bus e mi sale pure l’ansia. Il mio cervello scaltrissimo mi manda questa informazione che non accolgo affatto con calma, tutt’altro: dovrei arrivare a PP alle 23 circa. Guardo la cartina, la rigiro, cerco un senso e non lo trovo: dove cavolo é la stazione degli autobus? (Ah già non sono quasi mai segnalate!). Chiedo al ragazzo che mi siede accanto. Capisco subito che é la seconda battaglia persa della giornata: parla inglese a stento e quel poco é camuffato da uno strano accento cambogiano. Provo con la cartina, chiedo dove fermerà il bus. Lui non lo sa.

Come non lo sa? E dove cavolo va tutta questa gente?

Mi dice che lui sta andando all’università. E dov’é questa università? Vicino al fiume forse, proprio dove devo andare io?

Rivivo un déjà-vu. Si forma il solito capannello di 5-6 persone. Tutti a guardare la cartina, tutti a discutere in una lingua che ovviamente non comprendo. Mi affido ciecamente a loro ma tanto lo so che le cartine non le sanno leggere. Però che carini che sono in Cambogia!. Intanto fuori dal finestrino grosse nubi di monsone iniziano ad oscurare la luce del giorno. Ci manca solo questo! Infatti in men che non si dica si scatena l’inferno. La strada é un fiume in piena. No, davvero, ci mancava solo questo per far salire la mia paranoia. “Ci arriverò mai a PP e all’ostello?”, continuo a pensare.

Devo proprio ammettere che quelle 8 ore in autobus non sono state una passeggiata. Dire che me le sono passate male é proprio dire poco. Il ragazzo accanto a me deve aver avvertito il mio disagio. Aprivo il libro per leggere e subito lo richiudevo, appoggiavo la testa al finestrino ma poi mi veniva in mente di scrutare di nuovo la cartina, cercavo di scorgere le pietre miliari a bordo strada per vedere quanti chilometri mancavano. A volte riuscivo a leggere solo i chilometri e non la città a cui si riferivano, a volte leggevo la mia destinazione, ma non ero abbastanza rapida per vedere la distanza.

L’ansia andava veloce come il contachilometri del bus. Ero proprio un’anima in pena. Quel poveretto accanto a me che stava allegramente guardando le foto di quella che suppongo fosse la sua ragazza, mi prende a cuore e mi dice che va a parlare con l’autista e gli spiegherà la mia situazione. Oddio grazie!

Sono una occidentale in chiaro stato confusionale su un bus che dopo poco si ferma (di nuovo).

Dai cazzo no! Vi prego un’altra pausa pranzo non la possiamo fare! IO DEVO ARRIVARE A PHNOM PENH!!!! (solo io vero? perché gli altri passeggeri dove credi che stiano andando?)

A questo punto del viaggio non avevo ancora letto quel meraviglioso capitolo del “Monaco che vendette la sua Ferrari” che illustra la teoria dei “pensieri contrapposti”. É una tecnica semplicissima: quando un pensiero negativo offusca la tua mente, devi sostituirlo con uno migliore; basta rovesciare la tristezza o la negatività per fare spazio alla serenità. Se solo fossi stata a conoscenza di questo utilissimo procedimento allora…. ma per fortuna mi viene comunque in mente una frase che avevo letto da qualche parte:

This too shall pass

Anche questo passerà. Eh sì, perché anche il monsone più forte nel pomeriggio più nero alla fine finirà, lasciando posto all’arcobaleno che, come un sorriso, é inciso sul cielo sereno. Ecco la verità più semplice della vita: tutto passa, tutto cambia. Ancora oggi, però, devo fare uno sforzo immane per non farmi travolgere dagli eventi, soprattutto se negativi. Fermarmi e respirare per prendere le distanze dalle situazioni che non riesco a gestire quando mi trovo proprio nell’occhio del ciclone.

arcobaleno dopo un monsone
arcobaleno dopo un monsone

E infatti poi mi arrendo e aspetto con fiducia l’arrivo a Phnom Penh. E state certi che ci arrivo, sana e salva (ma perché, cosa mi sarebbe mai potuto capitare?). Mi scaricano (sì, mi scaricano proprio) vicino al Mekong. Non é una fermata ufficiale. Mentre sto lì che scruto fuori dal finestrino, l’autista ad un certo punto si mette a gridare e il mio compagno di viaggio mi dice che devo scendere.

Qui? Proprio qui?!

Fuori é notte fonda, non vedo a un palmo dal mio naso, ma capisco subito che di nuovo sono in mezzo al niente. Sono ovviamente l’unica persona a scendere qui perché questo “qui” dove cavolo si trova? Sono sotto a un ponte, cioé, letteralmente, mi ritrovo sotto una gettata di cemento e c’é un tizio. Lungo fiume passano macchine, moto, motorini, camioncini, di tutto, uno dietro l’altro. Mi dico: “Per lo meno sono in città e non da qualche parte in periferia”. Chiedo al tizio dove posso trovare un tuk-tuk. “Tuk-tuk? No, ti porto io in moto!”.

Come una che crede di sapere come funziona l’Asia, dall’alto della mia sapienza occidentale gli dico: “No, guarda non hai capito. Ho lo zaino, la borsa, un cappello del cavolo alla cinese (che cavolo l’avro’ comprato a fare poi?) che pende dallo zaino e che continuo a perdere per strada. Come si fa a caricare tutto sul motorino? Io voglio un tuk-tuk!”. Inutile protestare perche’ comunque non ho le forze né la voglia di trovarmi un mezzo di trasporto alternativo.

In tre secondi mi ritrovo con tutte le mie carabattole in sella e sfrecciamo via lungo il Mekong.

Come tutti i cambogiani, anche il mio simpatico salvatore mi dice che sa esattamente dove si trova la guesthouse. Ma stavolta non mi frega! Lo so che dicono così perché non ti vogliono dire di no. Quindi, aggrappandomi a lui, mi metto a controllare tutte le vie alla ricerca del mio ostello. Lo vedo e gli do una botta sulla spalla per farlo fermare.

Se le mie disavventure fossero finite qui…

Invece, come un Ulisse che finalmente arriva ad Itaca, scopro subito che il bello deve ancora cominciare!

L’ostello é forse uno dei peggiori dove sia mai stata in vita mia (e, credetemi, ho abitato per due anni in un ostello in Inghilterra con una sola cucina per 40 inquilini. Ho visto cose che voi umani…. Non mi dovrei proprio scandalizzare più di nulla!). Mi viene detto subito che sono al quarto piano (senza ascensore); il tipo alla reception mi fa portare su da sola tutte le mie cianfrusaglie (sempre il solito cavolo di cappello alla cinese che cade in continuazione!). Il Wi-Fi in camera non funziona e mi dice, con l’espressione più naturale al mondo, che se voglio internet devo stare in corridoio quanto più vicino al modem. In camera mia c’é un buco sopra la porta, come se fosse una finestra interna, che da’ sul corridoio (oltre che essere la presa diretta del bagno!). Tutta la notte sento il via vai di gente, le dimensioni della stanza sono come quelle di una scatola di sardine e dal muro cola dell’acqua, inevitabile risultato della pioggia che “é venuta giù come Dio la mandava”.

Camera dell'ostello

L’inizio non e’ stato facile, ma poco sapevo di cosa avrei dovuto affrontare il giorno dopo. Vi posso anticipare però che, dopo un sonno ristoratore, mi sono svegliata di nuovo contenta di essere in Cambogia. Mi sono fatta pure una grossa risata rivedendomi sfrecciare, capelli al vento su un motodop in piena notte a Phnom Penh.

[Tweet “Spesso ridere di se stessi è l’unica soluzione possibile.”]

Secondo me, il receptionist di Battambang un po’ lo ha fatto… e come dargli torto!

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