Cambogia, Crescita Personale, VIAGGI

Cambogia: la mia personale epifania

Questo é un post un pò diverso. Non parlerò delle meraviglie di questa terra; non é un post di viaggio, poco ha a che fare con i templi cambogiani. É un articolo di consapevolezza epifanica, quella alla Joyce. Solo che la mia reazione non é la paralisi che annichilisce l’animo dei Dubliners, é la presa di coscienza attiva, quella che porta al cambiamento (per quanto irrisorio).

                                                    Ma di cosa vado blaterando?                          

Del momento in cui, in autobus da Kampot che mi riportava a Phnom Pehn, decisi che non avrei mai più comprato un pullover da H&M, o Zara o qualsiasi altra catena, ma che i maglioni me li sarei fatti da sola, se possibile anche i vestiti.

Una delle mie più grandi passioni é fare la maglia e l’uncinetto. Faccio cose piccole, cianfrusaglie, borsette, pochette, sciarpe e cappellini, ma su quell’autobus che mi portava verso la fine del mio viaggio cambogiano ho deciso che era arrivato il momento che la mia passione facesse un salto di livello: fare dei maglioni per me stessa e per chi si fida e me li chiede.

E perché mai?

Perché su quel bus ho fatto un altro tipo di viaggio, quello della presa di coscienza. Stiamo percorrendo la strada principale che dalle campagne porta dentro la città. É la stessa strada che, dieci giorni prima, mi aveva portato ai Killing Fields (I Campi della Morte) del Choueng Ek Memorial. É una delle costole viarie principali eppure é rotta, é in costruzione, si deve indossare una mascherina perché la polvere che si solleva al passaggio delle macchine é irrespirabile.

Se la prima volta forse quella polvere mi aveva impedito di osservare cosa succedeva ai lati della strada, dall’alto del bus ho avuto modo di rendermi conto dell’orrore.

In Cambogia ce ne sono stati tanti di orrori, eseguiti per mano di fratelli cambogiani e tra fratelli cambogiani, ma di questo orrore nuovo, inaspettato, che mi ha agitato lo stomaco siamo responsabili e fautori noi occidentali.

Sono su questa strada intorno alle cinque e mezzo del pomeriggio e mi sorprende la quantità di persone sedute a bordo strada. Principalmente sono gruppi di donne, più o meno giovani. All’inizio non penso a niente di tutto questo, ma la strada é lunga e questo scenario continua a ripetersi ad intervalli regolari. Allora decido di osservare meglio la situazione.

scattata andando a Choeung Ek (I Campi della Morte)
scattata andando a Choeung Ek (I Campi della Morte)

In un secondo momento vedo delle camionette, con il retro aperto ma recintato da sbarre di ferro, che accostano e caricano le donne. Non so quante ce ne stiano sopra, ma sono tutte in piedi, stipate, ammassate, oscillanti sotto le scosse del mezzo che non può evitare le buche.

In un terzo momento vedo che queste donne al lato della strada non sono piombate dal cielo, ma provengono dalle fabbriche. Questi casermoni sono al fondo di stradine più discrete. Non si vedono di primo acchito, ma se l’occhio fa bene la sua parte (e si guarda, é il caso di dirlo, “al di là del nostro naso”) é impossibile non notare queste strutture fatiscenti. Lungo i viali che portano alla fabbrica, vedo avanzare queste donne che lentamente arriveranno poi sul ciglio della strada principale per farsi caricare come bestie e rientrare a casa.

Ecco la mia epifania.

Non é la prima volta che mi capita di fare questa riflessione; quante volte anche io ho visto che sull’etichetta delle maglie c’ é un bel “made in Cambodia” (diciamocelo chiaro, anche il più disattento dei consumatori, ha visto almeno una volta sulle etichette dei propri capi di abbigliamento la dicitura “made in ….” Cambodia, Bangladesh, India, Taiwan, Thailand… La lista si fa infinita).

E come faccio ora io ad ignorare questo nuovo fatto acquisito? Come faccio io a non credermi complice di questo abominio? Io che ho pagato maglioni in acrilico, fatti in Cambogia anche 30/40/50 euro? Maglioni che sono lì, bellini, sugli scaffali, ordinati per taglie. Ce n’é per tutti i gusti. Ce n’é proprio per tutti. Perché poi ti ritrovi in giro per la città e sai esattamente dove la gente abbia fatto i propri acquisti. Volendo puoi anche mettere un prezzo sulla loro mise intera. Da Milano a Palermo, nelle grandi catene e a prezzi cosidetti stracciati, si trovano gli stessi vestiti e accessori. Ma non solo! A volte fai due ore di aereo e in Inghilterra, nel nord Europa, oltreoceano trovi esattamente le stesse cose!

Ma allora é l’albero della Cuccagna? Da dove piovono questi oggetti?

Non “piovono” da nessuna parte, non crescono su nessun albero. Vengono dalle mani di quelle donne che lavorano in fabbrica; quelle donne che aspettano un bus su una maledetta strada polverosa e assolata; quelle decine di signore ammassate su un camioncino scassato; quelle donne che porteranno a casa pochi spiccioli, compenso di un lavoro massacrante.

Io non ci sono stata dentro queste fabbriche. Penso che la mia immaginazione possa solo vagamente sfiorare l’atrocità di questa realtà, quella dei paesi “poveri”, “in via di sviluppo”, c’é chi li chiama “del terzo mondo”? Io non ci sono entrata, ma queste donne hanno parlato in un video commovente, straziante, che fa contorcere le budella, ti fa muovere sulla sedia per cambiare posizione perché la verità é scomoda, punge come gli spilli.

Allora siccome io sono un’ipocrita a cui piacciono le comodità, ho deciso, però, di fare delle scelte quanto più etiche posso, e dove posso. Non solo mi viene automatico controllare tutte le etichette dei vestiti che compro, ma cerco di farmi quei vestiti da sola. Sono facilitata perché fare la maglia per me é come fare una sessione di meditazione, mi diverte, mi intrattiene, mi libera dalla noia che cercherei di ammazzare con programmi televisivi spazzatura, mi distrae dai mille pensieri che affollano la mia mente. Il prodotto finito mi riempie di soddisfazione; é unico ed originale e non ho sfruttato nessuno per produrlo. E’ onestamente prezzato (per un maglione ci vogliono circa 25-40 euro), é di lana e non in acrilico o altre fibre sintetiche.

C’é chi potrebbe obiettare che magari seppur pagati poco, almeno queste persone possono avere un lavoro e un reddito grazie alle nostre fabbriche. Vero, verissimo. Sicuramente quello che dico e faccio é sbagliato, é perbenista, é utopico, mi lavo la coscienza con una menzogna. Ma per dare un reddito preferisco visitare questi paesi, comprare sul posto, andare nei mercati locali e non solo quelli turistici (meglio addirittura nei villaggi), alloggiare nelle guesthouse, organizzare un viaggio fai-da-te, mangiare street food dalle bancarelle.

La mia scelta é opinabilissima, ma é la mia scelta e non vuole essere da esempio per nessuno.

Mi fa sentire meno in colpa.

Per chi fosse interessato ad approfondire questo argomento, aggiungo il video di Youtube dove donne cambogiane denunciano le condizioni lavorative a cui sono sottoposte da parte delle multinazionali, tra cui H&M e Walmart (meno di 4 minuti).

Quando sono rientrata da questo viaggio, per coincidenza, sono incappata in un altro video di denuncia. Un reality norvegese, “Sweatshop – Deadly Fashion” ha mandato 3 fashionistas in Cambogia per vedere quanto vale la nostra merce cosidetta a basso costo. Il video e’ commovente, e’ crudo e rivela una realta’ che viene spesso affossata per farci credere che e’ giusto installare le nostre fabbriche in paesi come la Cambogia cosi che noi possiamo vantarci di avere fatto un grande affare, pagando i nostri vestiti poco.

Altro articolo di denucia: “Chi cuce la tua maglietta?”. Il link qui sotto.

Chi cuce la tua maglietta?

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